Settebre 2025

a cura di Giuseppe dell’Anno

Settembre andiamo è tempo di…. Vendemmiare! Il poeta Vate ci perdonerà per l’uso improprio dei suoi versi ma nelle campagne italiane e picene oltre ai movimenti delle greggi si possono notare laboriosi uomini che tra i filari delle vigne sono intenti alla raccolta dell’uva per la produzione del vino, la bevanda, nettare, cara agli dei e non solo!

Questo mese il documento, o meglio i documenti, che vi andiamo a presentare trattano di un argomento caro all’economia agricola di Ascoli Piceno e del suo circondario. L’industria vitivinicola picena ha origini ben radicate nel tempo proprio come la pianta della vite che dona i suoi frutti grazie alle sue profonde radici nel terreno. Non presenteremo un singolo documento, ma una serie di documenti e attestazioni scritte che ci daranno testimonianza della coltivazione della vite nel nostro territorio fino a raccontarci come oggi possiamo ancora godere di questa bevanda che ha rischiato fortemente, nella seconda metà del secolo XIX, di estinguersi a causa di una infestazione che ha colpito tutto il Vecchio Continente!

Il documento di partenza è il Catasto della città di Ascoli del 1381 in cui più volte ricorre il termine “terram vineatam” o “vineam” ad indicare la coltivazione della vite che avveniva all’epoca nel centro cittadino ed in particolare, come si evince dalla immagine estratta dal registro pergamenaceo n° 43 del fondo dell’Archivio Storico del Comune di Ascoli Piceno alla carta 77 verso (fig. 1), nella contrada Sancti Augustini vicino alla via pubblica Cavuctius Phylipputii Angelutii Gregorii (i patronimici non mancavano all’epoca pur di individuare con precisione la persona che aveva delle proprietà da tassare ovviamente) possedeva un appezzamento di terra e una vineam il cui estimo aveva anche un certo valore, così come in contrada Tholengnani, fuori dalle mura cittadine, 6 modioli (unità di misura antica sui 3000 mq) con una rendita di 36 libre!

La coltura della vite all’epoca aveva attestazioni minimali anche perché la pianta soffre molto l’umidità e i parassiti che ne possono derivare tanto che si preferì coltivarla in collina e persino montagna dato che le zone della vallata, dove oggi possiamo vedere bellissimi e lunghissimi filari di vite, erano, al tempo, piene di fitti boschi e paludi. Non è quindi un caso se il vitigno locale del Pecorino proviene dal territorio arquatano ed è un vitigno veramente resistente, ma di questo ne parleremo successivamente.

Altra attestazione documentale della presenza e dello sviluppo della primordiale industria vitivinicola picena è lo Statuto delle Gabelle, il registro n° 27 del fondo comunale (fi.2) che riporta tutte le tasse e modalità operative delle arti e mestieri del XV secolo. Interessante notare come fossero previste gabelle per la mescita di vino alla spina, ovvero spillato da un piccolissimo spillo o imbuto che ne permetteva la fuoriuscita graduale

e misurata dalla botte, in locali che, però, “sieno tenuti ad haver licentiam de lo officiale de la gabella”, questo a dimostrazione di come l’uso della bevanda enoica fosse pienamente consuetudinario nella popolazione ascolana. Anche lo smercio di vino al di fuori delle mura cittadine era soggetto a tassazione così come quello dell’olio.

I documenti individuati ci fanno fare un salto di ben tre secoli, periodo in cui di sicuro la produzione di vino non si è arrestata anzi! Ci troviamo nel 1871 (fig. 3) e il Comune di Ascoli Piceno affida ad una Commissione ampelografica lo studio e l’analisi dell’industria vitivinicola picena che dai numeri risultanti non si può definire propriamente di grande livello ma che comunque ci presenta una varietà di vitigni, elencati in un documento del 1876 (fig. 4), a dimostrazione di come la coltivazione della vite sia stata notevolmente implementata. I vitigni descritti nei documenti trovati sono i seguenti: Moscato, Malvasia, Verdicchio, Pecorino, Passerina, Cura Debiti (il Pagadebit odierno), Montepulciano e Sangiovese (entrambi alla base del rosso piceno) ed altri vitigni meno conosciuti come il Pergolo, la Gaioppa, Aleatico, e una generica Uva Marchiggiana (sic! la doppia g ad indicare con forza la sua provenienza regionale). Interessante notare come annualmente veniva richiesto al Comune di Ascoli, ma così come anche agli altri comuni del circondario, un resoconto della produzione del vino che fotografava le fortune o meno dei raccolti (fig. 5).

Proprio i raccolti furono funestati in quegli anni da un parassita, della famiglia degli afidi, che fece la sua comparsa in Europa a partire dal 1863 e si diffuse velocemente in tutto il vecchio continente. Si tratta della fillossera, un microscopico insetto originario del Nord America, che decimò la produzione di vino per un paio di decenni attaccando le foglie della vite ma soprattutto le sue radici, agendo così di nascosto fino a far morire la pianta. L’insetto fu, probabilmente, importato dall’America o con alcune piante di vite americana inserite in Europa per combattere un fungo parassita, la Peronospora, o con alcune specie botaniche giunte in Europa per abbellire i giardini di Inghilterra e Francia. Fatto sta che dal 1863 si diffuse in tutta Europa e nel 1879 fa la sua prima apparizione in Italia vicino Lecco, ma avvisaglie c’erano già state, come ci dimostra la circolare del 1877 della Regia Prefettura di Ascoli Piceno (fig. 6) che scrive al Comune per avviare delle indagini severe per sapere se esistano viti di origine americana da cui possa diffondersi il parassita chiamato Phylloxera vastatrix! Fa da eco a questo documento un’altra circolare prefettizia dell’ottobre 1879 (fig. 7) in cui si cita appunto l’apparizione in terra lombarda della temuta fillossera ma sul retro del documento un portavoce del sindaco risponde che “Non esistono in questo Comune Stabilimenti Orticoli, ove si allevino e si propaghino per la vendita viti, piante industriali ed ornamentali, per cui si possa temere che si diffonda la temuta fillossera”. Successivamente e di pari passo con l’inchiesta agraria Jacini (1877-1886) fu fatto circolare un questionario (fig. 8) in cui si esaminava lo stato delle viti, dei raccolti, le tipologie vitivinicole e produttive. Anche in questo caso abbiamo la descrizione dei vini presenti nel piceno tra cui a bacca nera: Montepulciano e Sangiovese, e a bacca bianca: Verdicchio, Malvasia e Moscato bianco. Interessante notare che la coltivazione avvenisse tra le piantagioni da frutto e quindi tra gli alberi riducendo di molto la produttività e la fertilità del terreno che poi si ritrova nella bassa gradazione alcolica del vino che non sempre riusciva ad estrarsi da uva giunta a piena maturazione. Documenti estratti dal fondo comunale ci dimostrano come fosse stato creato un vero e proprio Consorzio Antifillosserico (fig. 9) marchigiano che nel 1906 scrive al sindaco di Ascoli per avvisare che “nel territorio del Comune di Treia si è constatata la presenza delle fillossera” e che quindi bisogna “adottare tutte le misure precauzionali che valgano ad allontanare il pericolo d’invasione in cotesto territorio”. Il documento è a firma del presidente del Consorzio, un certo Moroder, molto probabilmente un avo degli attuali produttori vitivinicoli di Ancona. Segue quindi una nuova indagine da parte della Prefettura che chiede ai produttori agricoli di compilare un nuovo questionario e qui, nello specifico alla domanda n° 27, si pone il seguente quesito: “Quale influenza ha esercitato la diffusione dell’infezione fillosserica e di altre nel limitare l’entità della produzione?”. Le risposte delle aziende vitivinicole non tardano ad arrivare e insieme a loro le bellissime carte intestate delle ditte, come Marini Vincenzo (fig. 10) e Carfratelli Seghetti. Le informazioni raccolte da questo nuovo questionario serviranno per arrivare ad una soluzione di questa infestazione: l’utilizzo delle radici della pianta della vite americana su cui si innesteranno i vitigni produttivi delle viti italiane che potranno così continuare lo loro vita e la loro produzione di uva e che ci consente, ancora oggi, di bere e degustare il vino. La circolare prefettizia giunta al Comune di Ascoli in cui si chiede di attuare le norme del Decreto del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio del 30 agosto 1910, prevede nient’altro che la distribuzione delle viti americane per “favorire i nuovi impianti di viti e la ricostituzione dei vigneti nei terreni che possono essere destinati ad altra coltivazione remunerativa”. Il cerchio si chiude, inizio e fine in terra americana, tutto è partito da lì e tutto si risolve con la vite americana che dona le sue radici ai nostri vitigni attuali. Tra i vitigni immuni a questo parassita distruttore c’è proprio un vitigno autoctono del Piceno ed è il Pecorino, che possiamo definire un vero e proprio vino resistente e resiliente come tutta la popolazione dell’arquatano abituato a vivere in terreni aspri come la montagna a temperature basse e terreni pietrosi.

FONTI DOCUMENTARIE

ASCA, Catasto 1381 vol. 43;

ASCA, reg. 27, Statuto delle gabelle, cc. 4v-6r;

ASCA, 1872, 1873, 1876, 1877, 1878, 1879, 1882, 1906, 1907, 1909, 1910, bb. 1, fascc. 11


fig. 1 – Catasto di Acoli 1381, ASCA REG 43 Carta 77V

fig. 2 – Statuto delle gabelle, ASCA REG27 cc4V, 6R

fig. 3 – Commissione ampelografica, ASCA 1871 busta1 fascicolo 11

fig. 4 – Tipologie vitigni, ASCA 1876 busta1 fascicolo11

fig. 5 – Raccolto uve 1877, ASCA 1877 busta1 fascicolo11

fig. 6 – Circolare 1877 phyllossera vastatrix, ASCA 1877 busta1 fascicolo11

fig. 7 – Circolare 1879 indagine presenza fillossera, ASCA 1879 busta1 fascicolo11

fig. 8 – Questionario inchiesta agraria 1881-82, ASCA 1882 busta1 fascicolo11

fig. 9 – Consorzio antifillosserico, ASCA 1906 busta1 fascicolo11

fig. 10 – carta intestata marini, Prefettura 1908 busta 4 categoria VII fascicolo 14

fig. 11 – circolare distribuzione radici vite americana, ASCA 1910 busta1 fascicolo11