Novembre 2025
A cura di Laura Calvaresi.
Novembre è un mese pieno di contraddizioni: si intrecciano infatti in questo mese sia la commemorazione dei defunti sia la giocosa festa di San Martino, si fa festa con vino novello e castagne, tra il primo freddo dell’inverno e il periodo più caldo detto appunto l’estate di san Martino.
In questo clima ambivalente andiamo a conoscere un documento che forse non ci aspetteremmo di incontrare, infatti, proprio in questo mese, ossia il documento che sancisce l’assegna per la fiera di novembre, un chirografo – cioè letteralmente un documento scritto a mano, più precisamente nella cancelleria pontificia firmato a mano direttamente dall’autore – redatto dal Cardinal Bartolomeo Pacca nel 1819 (fondo Archivio Storico del Comune di Ascoli, Archivio Storico Anzianale, perg. A/V/4). Documento, questo, che si inserisce nel clima della Seconda Restaurazione nello Stato Pontificio (1814 – 1823). In particolare in questo nuovo assetto amministrativo spetta alla giurisdizione del Camerlengo tutto ciò che riguarda le fiere e i mercati (1).
Con tale documento si concede quindi il prolungamento e il privilegio di assegna (cioè che fosse libera da dazi e godesse di franchigie) la fiera che si sarebbe svolta nel corso del mese. Ma come mai il Cardinale concede un tale privilegio proprio per questa fiera che si svolgeva in questo particolare periodo dell’anno?
Le Marche venivano fuori in quel periodo da quindici anni circa di governo napoleonico che, seppur non fosse stato un momento che aveva sconvolto la realtà locale, non si può neanche dire che non avesse lasciato alcuna traccia (2).
Dopo la parentesi francese, infatti, le Marche e l’Emilia Romagna erano tornate sotto l’egida dello Stato Pontificio nel corso del 1815. In questi territori durante il dominio bonapartiano si era formata una nuova classe dirigente, con la possibilità di accesso ai pubblici impieghi che era diventata maggiore, meno legata all’ereditarietà. Anche il commercio era un po’ cambiato: era stato infatti promosso un sistema meno ricco di dazi ed erano state incrementate nuove coltivazioni. Il governo francese aveva avuto l’intenzione di rinforzare l’agricoltura locale e in generale la produzione delle materie prime, ad esempio si erano rafforzate alcune delle principali produzioni già esistenti, come il tartufo e il vino (3); erano inoltre state emanate disposizioni speciali per determinare con esattezza il periodo della vendemmia, al fine di estrarre la migliore quantità di uva al momento opportuno di maturazione; vennero incentivati alcuni tipi di allevamento come l’apicoltura (per spingere la popolazione a consumare più miele al posto dello zucchero) e l’allevamento di pecore di razza merinos. Si provò pure ad introdurre alcune colture del tutto nuove come caffè, barbabietola da zucchero, cotone, pepe.
Nei primi anni del Regno napoleonico venne fatto inoltre un censimento degli animali viventi nella zona (4) e dalle statistiche effettuate si capisce come il bestiame posseduto non fosse quantitativamente sufficiente per il consumo alimentare; bisogna tener poi conto del fatto che quando dei capi di bestiame si ammalavano o morivano era necessario comprarne di nuovi. Il luogo privilegiato di questo commercio era proprio la fiera o il mercato (5). Il quadro complessivo ci mostra quindi, in definitiva, come la città dell’epoca «non può dirsi… una città ricca, anzi povera senza alcuna risorsa (6)». Organizzare una fiera in questo contesto poteva essere un modo per dare respiro all’economia locale.
Le cattive condizioni economiche della città si possono ravvisare anche nella “lettera”, la memoria, che la comunità ascolana invia a Roma nel giugno del 1818 per richiedere il prolungamento della fiera originaria (che già si teneva ma durava solo pochi giorni sulla base di un chirografo pontificio del 1739), nonché soprattutto di avere il privilegio di assegna, che viene giudicato fondamentale: la città domanda infatti che «sia estesa la durata della sola fiera di novembre, […] che incominci in ciascun anno alli 6 del detto mese, e duri fino alli 25, e gli altri rimanenti cinque giorni si stabiliscano per l’imballaggio» (ASCA, 1818, catt. 7-8-9) (7). L’ampliamento della durata della stessa fiera avrebbe portato, a parere dei richiedenti, dei vantaggi, che sarebbero serviti a compensare gli innumerevoli disagi della «stagione, in cui viene celebrata, per lo più contraria, e piovosa», disagio al quale l’allungamento della fiera avrebbe potuto porre rimedio, invitando così i negozianti a partecipare in maggior numero. Fare un grande spostamento in tempo di cattiva stagione per poter disporre solo di pochi giorni per vendere la merce non era considerato evidentemente un buon affare dai mercanti dell’epoca. Tuttavia il solo prolungamento della fiera sarebbe stato poco utile se ad esso non si fosse aggiunto il privilegio dell’assegna.
Per invogliare la concessione del privilegio, la città viene descritta come «fornita di spaziose, e belle piazze […] e di superbi portici, e locali adattati all’uso della negoziatura» (c. 5v) e si considera soprattutto la posizione della città, vicina al Regno di Napoli, un punto di commercio estero che poteva attirare questi forestieri per la diversità della merce esposta rispetto a quella che si trovava nel loro Regno, dando modo di comprare nello stato pontificio materiali sia di lusso che materie d’uso comune che «loro non fornisce il proprio paese». In questa fiera inoltre si sarebbero potute vendere le produzioni nazionali come le ceramiche di Matelica e di Norcia e delle altre città delle marche (carta 6r). Questo dato ci dà un primo indizio sulle merci che si potevano trovare in una tale fiera. Inoltre, da una indagine svolta a riguardo dallo Stato Pontificio negli anni ‘20 dell’Ottocento (8) si può vedere quali fossero all’epoca le merci più diffuse nelle fiere locali: in primis bestiame, che, come avevamo accennato in precedenza, veniva acquistato generalmente durante queste fiere; si trattava sia di bestiame grosso che minuto, ovino, caprino, castrato, ma anche bestiame suino e animali neri, da identificarsi probabilmente con la selvaggina. Erano inoltre commercializzati alcuni beni alimentari come granaglie, salumi e soprattutto formaggi; stoffe, in particolare di lino e lana; la canapa, la cui produzione in zona era rimasta una delle poche abbondanti, e i cordami da essa derivati, i cappelli di paglia prodotti nella nostra provincia e altre produzioni utili all’abbigliamento. C’era poi tutta una serie di materiali utili alla vita quotidiana come oggetti di rame e metallo, utensili per la casa e per la vita di campagna, oggetti di cuoio più o meno lavorato, di ceramica, di vetro, di ferro, oltre alle particolari maioliche tipiche di alcune zone delle marche alle quali abbiamo già accennato. Rarissimi erano i commercianti che si avventuravano in merci più lussuose, come sete e manifatture d’oro e d’argento, che risultano appena rappresentati in una fiera grande come quella di Senigallia e non dovevano essere quasi affatto presenti in una fiera come quella di Ascoli. Del tutto assenti, inoltre, produzioni ancora più raffinate, come quella dei profumi e dei libri, destinate evidentemente ad un altro tipo di mercato.
D’altra parte, già dall’epoca medievale le fiere erano momenti importanti dell’economia locale; come scrive Secondo Balena «la loro influenza nell’evolversi della civiltà contadina è stata enorme e non solo sul piano economico (9)». Questi eventi infatti erano anche momenti di scambio culturale oltre che economico ed erano spesso incentivate – ma anche disciplinate – dalla legislazione locale. In particolare ad Ascoli dagli statuti cittadini si può evincere che si svolgevano già nel Quattrocento le seguenti fiere:
- Fiera di sant’Antonio che durava 17 giorni e si svolgeva nel mese di gennaio
- Fiera dell’Annunziata di 8 gg. A cavallo del 5 marzo;
- Fiera della S. Croce che durava 9 giorni e si svolgeva a maggio;
- Fiera della SS. Spina che durava 11 gg. e coincideva con la Pentecoste;
- Fiera di S. Emidio che durava 15 gg. a cavallo della festa del patrono (10)
Per rendere queste fiere punti di attrazione a volte si ricorreva a renderle prive di franchigie. In particolare, in Ascoli la fiera in franchigia più importante già dal Quattrocento risulta essere quella di agosto. Risale al 15 settembre 1407, infatti, un privilegio concesso dal re Ladislao I di Napoli a questo scopo (questo documento è conservato nel fondo dell’Archivio ASCA, ASA, perg. K/II/2). Inoltre nell’anno successivo lo stesso re Ladislao, il 16 gennaio 1408, aumenta il numero dei giorni della fiera portandoli a 15 (ASCA, ASA, perg. K/II/3) e nel 1410 questo privilegio verrà nuovamente confermato (11).
Per circa due secoli la fiera di agosto, oltre ad essere di gran lunga la più importante ad essere svolta in città, rimane anche l’unica con il privilegio di assegna (12). Qualcosa cambia intorno al 1630, quando abbiamo le prime attestazioni di altre due fiere, oltre a quelle già note. È il 1634 quando la città di Offida scrive Roma per proteggersi da un pericolo che si andava profilando, correva voce infatti che ad Ascoli sarebbe stato concesso di tenere una fiera nello stesso periodo in cui era tradizione svolgere la fiera offidana, ossia dal 25 ottobre all’8 novembre. Il 26 aprile 1634 il Governatore di Ascoli stabilisce così che non sia lecito agli ascolani tenere una fiera nello stesso periodo di quella offidana, si accorda però il permesso ai mercanti di scendere direttamente ad Ascoli dopo la fiera di Offida per vendere eventuali rimanenze. Tuttavia in breve tempo cominciano ad evidenziarsi lamentele sul fatto che in questo modo la fiera offidana veniva usata da alcuni mercanti solo come un pretesto per poi scendere a vendere la mercanzia in Ascoli, che offriva un mercato maggiore. Quindi Offida minacciò gli ascolani di far togliere loro il privilegio di tenere le fiere in maggio e in novembre che era stato concesso da Papa Urbano VIII , ma in realtà queste minacce non sortirono alcun effetto (13), anzi le suddette fiere continuarono a svilupparsi, come testimoniano tra l’altro alcuni altri documenti conservati presso l’Archivio di Stato, come il privilegio ASCA, ASA, A/IV/6 concesso da Antonio Burberini Camerlengo di Santa Chiesa in data 21 ottobre 1641, che conferma i privilegi di celebrare le Fiere due volte l’anno cioè al tre di maggio ed il primo novembre.
Inoltre, tra i 1668 e il 1669 il Consiglio assumeva alcune deliberazioni anche in merito alla disposizione dei mercati. In realtà già nel Cinquecento esisteva una divisione delle merci vendute, con ad esempio la fiera che si svolgeva nella località dell’attuale via del Trivio e Cassa di Risparmio, che aveva in vendita gli articoli «mulierum seu velictariorum» e che furono poi trasferite nell’attuale Piazza Ventidio Basso (14). Tuttavia, anche se probabilmente ogni piazza era preferita per un tipo di merci, non esisteva una divisione netta, tranne che nel caso dei mercanti delle fiere a cui venivano riservati specifici posti in occasione di quest’ultime (15); nel Seicento la disposizione viene più normata, ne è testimonianza quanto succede per Piazza Ventidio Basso. Infatti questa piazza in precedenza aveva un pavimento non mattonato ma di terra battuta, proprio perché utilizzata in generale come grande magazzino, adibita al commercio di più generi diversi, ma anche come foro boario. In seguito il mercato del bestiame viene spostato presso Campo Parignano; infatti nel 1693 la piazza venne mattonata, proprio a seguito dello spostamento di questo mercato. Il commercio dei beni alimentari venne inoltre spostato a Piazza del Popolo, che diventa la sede fissa di questo tipo di commercio fino all’Ottocento (16).
Si intravede così quanto l’urbanistica fosse importante per definire i luoghi delle fiere, insieme ad un altro fattore: quello delle buone strade che servivano per assicurare l’ingresso in città dei mercanti. Proprio questo della viabilità urbana sarà l’argomento che approfondiremo il prossimo mese.
1 Dante Cecchi, L’amministrazione pontificia nella 2ª restaurazione (1814-1823), Deputazione di storia patria per le Marche. Studi e Testi, Macerata 1978, p. 65.
2 G. Colasanti, P. Concetti, L. Formentini, J. Lussu, M. Stortin, Storia del fermano, vol, 2, Marsilio Editori, 1971, pp. 18-19.
3 R. Cialini, Economia e Società ad Ascoli nell’età napoleonica. 1808-1815, Tesi di laurea in Storia Moderna, Università degli Studi di Macerata, aa. 2000-2001, p. 38.
4 Ibid., p. 36.
5 Come riportato in Ibid., p. 34.
6 Ibid., p. 83, da una lettera rivolta al prefetto da parte di alcuni cittadini ascolani.
7 Si veda, oltre al citato documento, anche E. Antonucci, Commercio e Fiere nella città di Ascoli Piceno (1800-1861), Tesi di Laurea, Università degli Studi “G. D’Annunzio”-Chieti, aa. 1998/1999, alla p. 200 e sgg.
8 Si legga A. Piccioni, Fiere e Mercati nelle Marche, Archivio di Stato di Ancona, 1993 soprattutto per le pp. 32-47.
9 In ibid., Folklore Piceno. Dalla montagna di Ascoli al mare di San Benedetto, Edit Edizioni Turistiche, 1986, p. 313.
10 Elenco riportato in Francesco Paoletti, Studio sull’economia ascolana dal medioevo al sec. XIX con particolare riferimento alle fiere, Grafiche Angelini, 2004, p. 91.
11 Si veda PAOLETTI, p. 94; si veda anche ASCA, ASA, busta XV, fascicolo 1,5, un Sommario realizzato nel Settecento che riassume i principali documenti sulle fiere cittadine a seguito di una controversia.
12 PAOLETTI, p. 150.
13 Per questi riferimenti vd. PAOLETTI, p. 150-153 e i documenti che riguardano l’affare della controversia sulla fiera tra Ascoli e Offida: ASCA, busta XII, fascicolo. V, raccolti sotto il titolo “NUNDINARUM OPHIDAE”.
14 G. Fabiani, Ascoli nel Cinquecento, vol. II, p. 100 nota n. 4.
15 Si veda PAOLETTI, p. 162.
16 Per i dati su piazza Ventidio Basso, si legga Giannino Gagliardi, Le piazze di Ascoli, Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli, 1996, pp. 52-53.
Archivio Storico del Comune di Ascoli, Archivio Storico Anzianale, pergamena A/V/4
Cardinal Bartolomeo Pacca, 1819

















ASCA, 1818, catt. 7-8-9
Cat. 7, Commercio
Memoria della comunità ascolana per la richiesta della fiera di assegna di Novembre












ASCA, ASA, perg. K/II/2
Privilegio concesso dal re Ladislao D’Angiò-Durazzo sulla prima fiera di assegna
15 settembre 1407


ASCA, ASA, perg. K/II/3
Re Ladislao D’Angiò-Durazzo aumenta il numero dei giorni della fiera portandoli a 15
16 gennaio 1408


ASCA, ASA, busta XV, fascicolo 1,5
Sommario realizzato riassume i principali documenti sulle fiere cittadine
Seconda metà del Settecento













ASCA, busta XII, fascicolo V, “NUNDINARUM OPHIDAE”
Documenti che riguardano l’affare della controversia sulla fiera tra Ascoli e Offida
Sec. XVII




ASCA, ASA, perg. A/IV/6
Privilegio concesso da Antonio Burberini Camerlengo di Santa Chiesa
21 ottobre 1641


