Il ventennio compreso tra il 1482 e il 1502 rappresenta per la città di Ascoli Piceno un unicum storico di straordinaria intensità, un periodo in cui le aspirazioni di autonomia politica, la magnificenza della produzione artistica e la ferocia delle lotte intestine si fusero in un amalgama indissolubile. Il contesto in cui matura la concessione della Libertas ad Ascoli è quello di uno Stato della Chiesa segnato dal nepotismo di Sisto IV e dalle ambizioni del nipote Girolamo Riario. La politica pontificia della fine del Quattrocento era orientata alla creazione di domini territoriali per i congiunti del Papa, una strategia che richiedeva ingenti risorse finanziarie e una gestione spregiudicata delle province. Ascoli, città di confine tra le Marche e il Regno di Napoli, viveva in una condizione di cronica insofferenza verso i governatori papali, percepiti come emissari di un potere lontano e predatorio.

All’inizio del 1482, la tensione politica ad Ascoli Piceno era estrema. La città aspirava a ottenere dal Papa lo status di Libertas, un privilegio che avrebbe concesso al Comune il diritto di riscuotere le proprie entrate (gli “introiti”) e di vivere secondo i propri statuti, sul modello di altre città della Marca come Ancona e Fermo.

La scintilla che portò alla svolta del 1482 fu una combinazione di stanchezza amministrativa e opportunità diplomatica. Gli ascolani iniziarono a premere sulla corte papale per ottenere un regime di autogoverno simile a quello di altre città della Marca (cfr. Archivio Segreto Anzianale, fascicolo B, breve n° 52 del 26 febbraio 1482). Sisto IV, inizialmente esitante, inviò ad Ascoli il Vescovo di Camerino, Silvestro del Lavro, con il compito di riferire sulla situazione e valutare le richieste della cittadinanza. Il 13 marzo 1482 (cfr. Archivio Segreto Anzianale, fascicolo B, breve n° 53 del 13 marzo 1482), il pontefice espresse la sua disponibilità ad ascoltare le petizioni, ma la situazione precipitò a causa di un clamoroso equivoco comunicativo.

Il 25 marzo 1482, giorno dell’Annunciazione, giunse in città un breve papale che annunciava l’imminente arrivo del vescovo Silvestro (cfr. Archivio Segreto Anzianale, fascicolo B, breve n° 54 del 22 marzo 1482). Gli Anziani e il popolo interpretarono erroneamente, o forse manipolarono ad arte, il testo del documento, diffondendo la notizia che il Papa avesse già concesso la piena libertà. Questo evento, noto come la “Notte del Trambusto”, vide la folla esultante allontanare i gabellieri pontifici e occupare i palazzi del potere; si accesero fuochi, si suonarono le campane a festa e la folla si riversò nelle piazze con manifestazioni “vive e quasi violente”. Quando Silvestro del Lavro entrò effettivamente in città, si trovò di fronte a un fatto compiuto: la Libertas era stata proclamata dalla piazza prima ancora di essere sigillata dal trono di Pietro e vedendo la folla in tumulto e temendo per la propria incolumità (il Fabiani parla di “cattivo trattamento”), fuggì precipitosamente da Ascoli. Tornato a Roma, riferì al Papa che la città era in preda a una sommossa popolare e che gli ascolani stavano “usurpando” la libertà prima ancora che venisse concessa.

La reazione di Sisto IV fu furibonda. Nei Brevi successivi, il Papa condannò apertamente l’audacia degli ascolani, definendo il loro comportamento un “grave errore” che offendeva la maestà della Chiesa (cfr. Archivio Segreto Anzianale, fascicolo B, breve n° 55 del 30 marzo 1482). In quel momento, la Libertas sembrava definitivamente sfumata.

In soccorso di Ascoli intervenne Girolamo Riario, nipote del Papa e potente signore di Imola e Forlì. Con un linguaggio crudo e pragmatico, Riario scrisse agli ascolani svelando il retroscena della curia: il Papa era sdegnato, ma un rimedio esisteva. Il consiglio di Riario fu esplicito: “Mandate ambasciatori con pieno mandato e portate più denaro che potete”. La colpa degli ascolani doveva essere “riconosciuta” ufficialmente versando una cospicua somma “in camera” (ovvero al tesoro papale, cfr. Archivio Segreto Anzianale, busta VII fasc. 5, lettera del cardinale Riario del 22 aprile 1482). La Libertas non sarebbe stata un dono gratuito, ma il frutto di una transazione economica volta a riparare l’offesa recata al delegato Silvestro.

Attraverso una lettera datata 14 giugno 1482, Girolamo Riario comunicò agli Anziani di Ascoli che il “Nostro Signore” aveva acconsentito a esaudire il desiderio della città, concedendo l’immunità e la grazia come godute da Fermo. Il prezzo di questa “Libertas Ecclesiastica” fu fissato in un tributo annuo di tremila ducati da versare alla Camera Apostolica. Questo censo rappresentava una forma di autogoverno “comperato”, dove la libertà amministrativa veniva scambiata con una sottomissione fiscale che avrebbe pesato enormemente sulle finanze cittadine negli anni a venire.

Raggiunto l’accordo economico, il 18 luglio 1482 si giunse finalmente alla solenne formalizzazione. Nel Palazzo del Comune le autorità cittadine ordinarono ai notai Antonio di Bartolomeo de Allisianis e Benedetto Marini di redigere una copia autentica del documento (cfr. Archivio Segreto Anzianale fasc. A/III/8, la pergamena riporta in copia il testo della bolla papale ed è datata 20 settembre 1482). La minuziosità dei notai — che dichiarano di aver trascritto “parola per parola” senza aggiungere o togliere nulla che potesse mutarne il senso — testimonia l’importanza vitale che quel pezzo di pergamena aveva per il futuro di Ascoli.

Per vent’anni, Ascoli visse il suo esperimento di “democrazia” oligarchica. Fu un periodo di rinascita, simboleggiato dal ritorno in città di esuli ghibellini che ripresero parte alla vita pubblica. Tuttavia, la pace era un miraggio.

La città dovette difendere la propria Libertas dalle costanti mire della rivale storica: Fermo. Non potendo attaccare direttamente Ascoli, Fermo fomentò rivolte e turbolenze nei castelli limitrofi, in particolare Offida e Castignano, utilizzandoli come basi per logorare il dominio ascolano. Fu necessaria l’opera instancabile di predicatori come i Beati Domenico da Leonessa e Pietro da Mogliano per evitare che le scaramucce di confine si trasformassero in una guerra totale.

La società ascolana del XV secolo era un’oligarchia fluida, dove il potere non era ancora cristallizzato in una nobiltà chiusa, portando a una competizione feroce per l’accesso alle cariche pubbliche. In questo vuoto di potere lasciato dal governatore papale, emersero figure che cercarono di trasformare la repubblica in una signoria personale.

Nessuno incarnò questa deriva autoritaria meglio di Astolfo Guiderocchi. Appartenente a una delle famiglie più antiche e bellicose di Ascoli, storicamente di fazione ghibellina, Astolfo fu una figura di contraddizioni estreme: protettore della patria e, al contempo, suo peggior tiranno. Definito dai contemporanei il “Silla Ascolano”, Astolfo utilizzò la Libertas non per il bene comune, ma come paravento per le proprie ambizioni feudali.

Le lotte tra i sostenitori dei Guiderocchi e i loro oppositori insanguinarono la città, rendendo il governo debole e inviso a molti cittadini che, stanchi del caos, iniziarono a rimpiangere la stabilità del governo diretto del Papa.

La fine dell’indipendenza ascolana non giunse per mano di un nemico esterno, ma per un collasso interno della fiducia istituzionale. All’inizio del XVI secolo, l’anarchia fazionaria aveva raggiunto livelli insostenibili. La cittadinanza, stanca delle stragi e del despotismo di Astolfo Guiderocchi, iniziò a vedere nel governo diretto del Papa un male minore rispetto alla tirannia domestica.

Nel 1502, Ascoli decise di rinunciare alla Libertas Ecclesiastica. Fu una scelta drammatica, dettata dalla necessità di ristabilire l’ordine pubblico. La città preferì tornare sotto l’autorità di un legato o commissario pontificio piuttosto che soccombere definitivamente alle ambizioni dei Guiderocchi. Questo passaggio segnò la fine dell’esperimento repubblicano iniziato vent’anni prima. Il Papa, da parte sua, non tardò a inviare funzionari energici per smantellare le reti di potere locale che avevano prosperato durante il ventennio di autonomia.

La fine della Libertas nel 1502 non spense immediatamente le ambizioni dei Guiderocchi. Astolfo e i suoi figli continuarono a tramare per riprendere il controllo della città. Tuttavia, la risposta papale fu implacabile.

Giulio II inviò il commissario Ranieri Perugino con una milizia imponente; Astolfo fu catturato e condotto in catene nella fortezza di Forlì, la stessa che Girolamo Riario aveva fortificato anni prima.

L’ultimo atto della potenza dei Guiderocchi avvenne nel 1535. Durante un tentativo di occupare nuovamente il Palazzo dei Capitani il giorno di Natale, scoppiò un incendio devastante che distrusse gran parte della struttura e l’intero archivio della cancelleria. Questo rogo fu simbolicamente il “funerale” della memoria della Libertas: i documenti che avevano sancito i privilegi del 1482 andarono in fumo, lasciando la città priva delle basi giuridiche per rivendicare la propria autonomia.

Come notato dallo storico Raniero Giorgi, fu un’occasione perduta: se Ascoli fosse riuscita a stabilizzare il proprio governo, avrebbe potuto fiorire come le grandi corti rinascimentali dei Medici o dei Montefeltro. Invece, tornò a essere una sede periferica dello Stato Pontificio, governata da governatori inviati da Roma.

Da sottolineare come la concessione della Libertas Ecclesiastica del 1482 fu il secondo tentativo di autogoverno da parte delle comunità ascolana. Infatti già nel 1390 Bonifacio IX concesse agli ascolani la possibilità di autogovernarsi sempre dietro il pagamento di un lauto compenso (in quell’occasione erano 2000 fiorini d’oro da versare al soglio pontificio). Questo primo episodio era la fase finale di una situazione turbolenta interna allo Stato della Chiesa intorno alla metà del XIV secolo che si realizzò alla fine della “guerra degli Otto Santi” (1375-1378) momento in cui Ascoli come altre città sotto il dominio pontificio, tra le quali Firenze e Perugia, ottennero la possibilità di autogovernarsi. Fu in quell’occasione che la città di Ascoli per festeggiare il suo governo popolare decise di stilare i nuovi Statuti Comunali del 1377, poi stampati in occasione della seconda Libertas nel 1496 presso la Chiesa di Santa Maria in Borgo Solestà, e dotarsi di un catasto redatto nel 1381.

La conquista della Libertas non fu solo un atto diplomatico e notarile, ma ebbe ricadute immediate sulla composizione sociale e sul clima cittadino. L’autonomia politica favorì infatti una pacificazione (seppur temporanea) che permise a molti esuli appartenenti alla fazione ghibellina di fare ritorno in patria e reinserirsi nella vita pubblica. Una testimonianza materiale eccezionale di questo clima è conservata ancora oggi: la campana quattrocentesca situata nel piano superiore della torre del Palazzo del Popolo. Alta 87 cm, decorata con festoni, un’immagine della Madonna in trono con il Bambino e due amorini che sorreggono lo stemma del fonditore. Essa è opera di mastro Giuliano, un abile artigiano e commerciante (attivo anche con Venezia) di fede ghibellina. Rientrato ad Ascoli proprio a seguito dell’ottenimento della Libertas nel 1482, Giuliano tornò a essere protagonista della scena civica mettendo la sua arte al servizio della città. Quella campana, issata sul palazzo simbolo del potere cittadino, non era quindi solo uno strumento per scandire il tempo o chiamare a raccolta il popolo, ma la voce stessa di una comunità che celebrava la ritrovata autonomia e la riconciliazione dei suoi figli.

La città investì massicciamente nelle arti per comunicare la propria nuova condizione, scegliendo l’Annunciazione come tema centrale per via della coincidenza temporale del 25 marzo.

Il culmine di questa celebrazione è rappresentato dall’Annunciazione con sant’Emidio, dipinta da Carlo Crivelli nel 1486 per la chiesa della Santissima Annunziata. L’opera, oggi alla National Gallery di Londra, è considerata uno dei vertici del Rinascimento adriatico. Crivelli, veneziano di nascita ma marchigiano d’adozione, fuse la precisione prospettica appresa a Padova con un decorativismo opulento che serviva a glorificare la ricchezza della Repubblica ascolana.

Accanto a Crivelli, la figura di Pietro Alemanno emerge come il pittore ufficiale del comune. Nel 1484, Alemanno realizzò un’Annunciazione per la Cappella degli Anziani nel Palazzo dei Capitani del Popolo, un’opera che, pur meno virtuosistica di quella di Crivelli, fungeva da promemoria costante per i governanti della città sulla fonte divina della loro autorità. Alemanno, inoltre, fu incaricato anche di realizzare polittici per le comunità straniere residenti, come gli Albanesi e gli Schiavoni, dimostrando come la Libertas fosse un catalizzatore per un cosmopolitismo artistico senza precedenti in città.

Il periodo della Libertas Ecclesiastica (1482-1502) rimane come una delle pagine più vibranti e tragiche della storia marchigiana. In questi due decenni, Ascoli Piceno dimostrò di poter essere un centro di eccellenza artistica europea, capace di commissionare a Carlo Crivelli un’opera che ancora oggi incanta il mondo per la sua raffinatezza. Allo stesso tempo, fu vittima della propria struttura sociale arcaica, incapace di trasformare il pluralismo delle fazioni in un sistema politico stabile.

La Libertas fu un’illusione pagata a caro prezzo: tremila ducati annui versati a Roma per avere il diritto di massacrarsi tra le mura cittadine. L’anima della città, espressa nella brama di bellezza e autonomia, fu costantemente soffocata dal sangue delle sue élite. Quando nel 1502 il popolo accolse il ritorno dei commissari papali, non fu una resa al nemico, ma un disperato appello alla pace civile. L’eredità di questo periodo vive oggi nei travertini di Piazza del Popolo e negli sguardi intensi dei santi di Crivelli, testimoni muti di una libertà che fu, al contempo, il trionfo e la rovina di Ascoli.

La Libertas Ecclesiastica di Ascoli Piceno si configura quindi come un laboratorio politico del Rinascimento, dove la tensione tra la “modernità” dello stato centrale papale e le “resistenze” delle oligarchie locali produsse una fiammata di creatività e violenza che definì il destino della città per i secoli a venire. La figura di Sant’Emidio che offre la città all’angelo rimane la metafora più potente di questo periodo: una comunità che, sentendosi fragile tra le mani degli uomini, cercò rifugio e legittimazione nel sacro, mentre il sangue dei suoi cittadini continuava a macchiare il travertino di quella stessa città ideale.

BIBLIOGRAFIA

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MAZZOCCHI M.G., Le forma della città nell’arte: immagini e luoghi della vita ascolana fra Trecento e Quattrocento, in Ascoli ai tempi dell’Antica Quintana 1377 -1496, Ascoli Piceno, Ente Quintana, 2012, pp. 216-225;

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FONTI DOCUMENTARIE

Archivio Storico del Comune di Ascoli, Archivio Segreto Anzianale, fasc. B brevi nn° 52, 53, 54, 55;

Archivio Storico del Comune di Ascoli, Archivio Segreto Anzianale, Busta VII, fasc. 5, Lettera del cardinale Riario, 22 aprile 1482;

Archivio Storico del Comune di Ascoli, Archivio Segreto Anzianale, pergamena A/III/8 del 20 settembre 1482;

Archivio Storico del Comune di Ascoli, vol. 57, Riformanza 1482-1488.





ASA, busta VII, fasc. 3 – Riario

ASA, B, breve n. 54 – 22 marzo 1482




“Diletti figli… Abbiamo ricevuto le vostre lettere dalle quali abbiamo compreso che desiderate che quei cittadini da noi convocati non vengano [a Roma] per non turbare la quiete della città. Noi li avevamo chiamati per consultare e discutere queste faccende con loro… Ma poiché il Vescovo di Camerino sta per venire da voi, potranno differire il loro arrivo. Vi esortiamo tuttavia ad assistere il Vescovo e vi ordiniamo di non fare alcuna innovazione circa il mutamento degli ufficiali [magistrati] o altre cose, finché non sarete informati della nostra ultima decisione; e se fosse stato cambiato qualcosa, sia tutto riportato allo stato precedente quanto prima”.


ASA, B, breve n. 54 – 30 marzo 1482




“Diletti figli… Non senza grande dispiacere abbiamo appreso ciò che è stato fatto da voi circa il cambiamento delle cose di codesta nostra città: prima di tutto perché, non avendo alcuna certezza sulla nostra volontà, avete pubblicato come già concesse cose che da noi non erano ancora state accordate, inducendo il popolo a una vana esultanza. Inoltre, senza alcun rispetto per l’onore nostro e della Santa Sede, vi siete comportati con poca riverenza verso i nostri ufficiali e il Luogotenente… e non avete riservato alcun onore al Vescovo di Camerino, nostro Commissario, ritenendo anzi superflua la sua permanenza tra voi. Queste cose non si addicono a sudditi buoni e fedeli… Vi ordiniamo espressamente di riportare tutto allo stato originario e di lasciare che i nostri ufficiali esercitino liberamente i loro uffici. Se lo farete, mandate i vostri ambasciatori e cercheremo di rendervi contenti… altrimenti non potremmo acconsentire ai vostri desideri”.


ASA, B, breve n. 52 – 26 febbraio 1482




“Diletti figli, salute e apostolica benedizione. Abbiamo visto volentieri i vostri ambasciatori giunti presso di noi e li abbiamo ascoltati con benevolenza. Essi hanno chiesto a vostro nome alcune cose che riteniamo debbano essere esaminate con maggiore diligenza: affinché si possa provvedere in modo salutare alla vostra pace, alla quiete e al vostro desiderio di consolazione, come suggerisce la nostra singolare carità verso di voi. Abbiamo dunque deciso di inviare costì un uomo probo e prudente che si informi diligentemente e ci riferisca fedelmente, come comprenderete dagli ambasciatori stessi”.


ASA, B, breve n. 53 – 13 marzo 1482




“Diletti figli… Poiché nei giorni scorsi i vostri ambasciatori erano venuti a chiederci le entrate di codesta Città e di poter vivere come fanno alcune altre città della nostra Provincia della Marca, noi, desiderando compiacere quanto possibile alle vostre richieste, rispondemmo che avremmo mandato quanto prima il venerabile fratello Silvestro, Vescovo di Camerino, uomo probo ed esperto… affinché comprendesse tutto e noi potessimo poi soddisfare il vostro desiderio. Vi consideriamo infatti figli cari e devoti… Tuttavia, poiché questa faccenda non può essere trattata bene senza una piena informazione, vogliamo e vi ordiniamo di mandarci subito quegli uomini annotati nella presente cedola, istruiti pienamente sulla vostra volontà… Nel frattempo, comportatevi con prudenza e mantenetevi nella consueta devozione”.